giovedì 28 agosto 2014

Lucy sono io!

Discorsi sulla cuccia di Snoopy intorno all'antipatia ed all'empatia nella società 2.0


Madame Bovary c’est moi​, sosteneva Gustave Flaubert​, confessando così la sua immedesimazione con il personaggio di Emma. Io invece mi sento come Lucy, ma non troppo Già, ma chi è davvero il personaggio nato dalla matita Charles Schulz? Umberto Eco la descrive così: perfida, sicura di sé, imprenditrice a profitto sicuro, pronta a smerciare una sicurezza del tutto fasulla ma di indubbio effetto. Corrisponde al vero il profilo psicologico tratteggiato dal celebre autore italiano? Che poi, data la premessa iniziale, ovvero l'identificazione tra chi scrive e il fumetto, equivarrebbe anche ad ammettere pubblicamente ciò che nessuna persona davvero perfida farebbe mai.

Non sono uno psicologo, neppure uno studioso tanto autorevole da poter smentire la tesi di Eco. Anzi, a volerla dire tutta, non sono neppure uno studioso. Sono solo uno che cerca di guardare il mondo dall'altra parte dello specchio; che trova spesso assurdo ciò che altri considerano normale; che è alla perenne ricerca dell'ovvio, quello sì mi sfugge più veloce del Bianconiglio.

Una precisazione del genere sarebbe superflua se non vivessimo nella società 2.0. E devo anche aggiungere che sto per affrontare questioni che potrebbero ferire a morte l'ego virtuale di qualcuno. Mi assale un profondo senso di colpa perché qui, a differenza che in Matrix, si ama, si odia e si muore per davvero. Anzi, a volte penso che internet sia l'unico luogo rimasto per esistere. Quel che resta della vita forse è un intervallo tra un post e l'altro.

Stupido è chi lo stupido fa, così Forrest Gump si difendeva dagli insulti del bullo di turno. Eppure, nonostante l'innegabile deficit intellettivo, il protagonista del film interpretato da Tom Hanks dimostra in concreto di non essere affatto stupido, almeno non nell'accezione negativa che comunemente attribuiamo al termine. Anzi, è perfettamente in grado di amare, impresa che non riesce a tante persone con un quoziente intellettivo di gran lunga superiore. E la sua stupidità è capacità di stupirsi, anche questo non riesce a molti.

Tornando alla precisazione sul chi sia o meno, non basta dichiarare di essere qualcosa per esserlo davvero. Occorre che vi siano dei fatti concreti che legittimino tali affermazioni. Avrei dovuto usare il condizionale, lo ammetto. Nella società 2.0 avviene spesso il contrario. Ad esempio, una delle ragioni per cui i lavori creativi stanno conoscendo una crisi senza pari, tanto che la gratuità forzata è ormai la regola, è data proprio dall'avanzata dei 'sedicenti tali'.
Ricollegandomi così all'affermazione iniziale, sono Lucy perché sono antipatico: provo un senso di avversione nei confronti di un sistema in cui è difficile distinguere tra fiction e reality, che permette a sedicenti tali di attribuirsi titoli che spettano spetterebbero solo a chi dimostri, con i fatti, di aver acquisito delle competenze in grado di legittimare il loro presunto ruolo social(e).

Voglio fare un esempio: non basta avere una reflex o, cosa ancora peggiore, uno smartphone per dirsi fotografi. Ho avuto modo di conoscere, soprattutto grazie alla rete, alcuni dei migliori fotografi italiani ed esteri. Lo sono non per la loro attrezzatura, comunque importante in quanto parte del processo creativo stesso, - come sosteneva anche Woody Allen in una scena di Io e Annie - ma per il modo di guardare, il talento, l'esperienza, anni di studi e tanto altro ancora: cose che nessuna app potrà mai sostituire. Non almeno agli occhi di chi ha una cultura dell'immagine.

(Nota: nulla in contrario all'uso dello smartphone come strumento creativo. La questione concerne le conoscenze, presunte o reali, di chi ne fa uso.)

Un altro esempio ancora: non basta scrivere articoli, spesso per sedicenti testate neppure registrate al tribunale della stampa, per dirsi giornalisti. Ciò vale anche per i blogger, che spesso accusano i 'colleghi scriventi' di essere al servizio dell'informazione ufficiale, ma che finiscono, il più delle volte in modo inconsapevole, a fare propaganda della controinformazione, non meno pilotata da chi governa realmente. L'unica conoscenza possibile deriva dall'esperienza diretta delle cose. L'informazione è mediazione della conoscenza e quindi ristretta ai confini del verosimile. Senza dimenticare che, chi finisce con il raccontare le vite degli altri, spesso lo fa perché non riesce a vivere la propria. Ma quanti sono disposti ad ammetterlo? Il giornalismo è quindi un modo d'essere prima ancora che un mestiere. Facile da comprendere, allora, che neppure l'iscrizione all'albo sia sufficiente a porre un discrimine. Forse l'iscrizione ad un partito, ma non aggiungo altro. Snoopy, qui accanto a me, adesso sghignazza maleficamente.

Le cose non vanno meglio per grafici, musicisti e anche esponenti di categorie professionali non legate al mare magnum della creatività. Qualcuno potrebbe adesso interpretare le mie parole come un illiberale divieto dell'espressione di sé. Sono invece un invito a ridare valore alla tecnica, alla base di ogni arte (i greci usavano il termine téchne), alla qualità del lavoro e a quel briciolo di buon senso che, se tornassero ad avere importanza, riuscirebbero ad arginare preoccupanti derive egoiche, in gran parte stimolate dalla rete stessa.
Prima di dirsi capaci di fare qualcosa, non sarebbe meglio domandarsi, nell'intimo della propria coscienza, lì dove nessun altro uomo ha il diritto di entrare, se lo si è davvero? A quale livello? E perché? Magari bastasse solo avere un account di Flickr, Tumblr o una pagina di facebook che finisce in photographer o photography. L'alternativa è la legittimazione della mediocrità, al di là dei danni economici già menzionati. 

Tornare indietro non si può e la decrescita felice è un'utopia. Qui, sulla cuccia, un altro mondo però è ancora possibile. Me lo ha appena sussurrato Woodstock!
Sono Lucy perché antipatico. Come antipatico è il bambino che grida il re è nudo!. Eppure, la critica, quando motivata e finalizzata al bene comune, non è negativa. Ogni critica che rispetti tali condizioni, a mio avviso, è sia distruttiva sia costruttiva. Peccato che la realtà dei fatti dimostri che, dietro la quasi totalità delle critiche, si nasconda un'egoica presunzione di superiorità. Non conosco personalmente il bambino della favola, nessuno me lo ha mai presentato, ma su Lucy posso aggiungere che ha comunque torto, anche quando ha ragione. Lo penso davvero, non me lo ha detto Snoopy, che in questo momento sta mangiando i biscotti al cioccolato che gli ho dato in cambio della sua ospitalità.

A differenza di Lucy, purtroppo per me, ho il cuore di un empatico. Credo infatti nella necessità un equilibrio tra la mente giudicante (separativa) e la sensibilità che deriva dall'esperienza dell'altro da sè. L'empatia cui mi riferisco non è solo capacità di percepire le emozioni altrui, ma andare al di là dei propri schemi mentali, su cui sono fondati i giudizi, per giungere alla comprensione dell'altro, sentirlo parte del proprio vissuto.

Lucy finisce con l'essere sempre dalla parte del torto perché non ha empatia, neppure nei confronti di Schroeder, il bambino prodigio di cui crede di essere innamorata. Ha sì il merito di guardare con occhio critico la realtà, ma è crudele! Basti pensare al suo prendersi gioco dell'eccesso di sensibilità di Charlie Brown. Snoopy mi sta sussurrando che si diverte un mondo a farla arrabbiare dandole i bacini.

Adesso è il momento di scendere dalla cuccia, salutare i miei amici e tornare a casa. A pensarci, sono antipatico, sì, ma non troppo. È vero, rifiuto che un uomo possa arrogarsi il diritto di esercitare un potere materiale, spirituale e psicologico nei confronti di un altro, ma chi sono per imporre agli altri la mia idea di mondo? Perché detesto le bugie, ma non è stata forse l'ipocrisia ad aver salvato il mondo dalla sua estinzione? Perché lo so che Lucy, in fondo, non fa altro che vendere i suoi 5centesimi di verità, proprio come fanno tutti, proprio come ho appena fatto anche io.

Massimiliano Cerreto