lunedì 23 marzo 2015

Era tutto vero, ma per finta

Funerale di un ego virtuale
(Saluti finali e un nuovo inizio, forse)

Ho cancellato per sempre l'account di facebook. Adesso non sentirti in colpa se appare la scritta sti cazzi sul display della tua mente. La cosa divertente è che neppure a me importa tanto. È solo che rifletto sui rapporti virtuali: sapessi quante persone ho amato, odiato, sentito vicine oppure lontane in questi anni vissuti tre metri sopra il modem. Era tutto vero, ma per finta. E se un giorno ci svegliassimo in un'altra dimensione e ci rendessimo conto che è stata solo una finzione scenica? La vita intendo, e non solo quella online. Ma allora perché ci ostiniamo così tanto a sopra(v)vivere, anche a noi stessi? Una risposta provo a darla, ma non credo ti piacerà: l'ego! 

Ho deciso quindi di celebrare il funerale dell'ego virtuale per chiudere una storia iniziata nel 1997, quando papà comprò il primo lentissimo dannato modem, e continuata sino ad oggi. Se Titoli provvisori per un romanzo postumo è un progetto nato dal bisogno di celebrarne la memoria, perché non tributargli un ultimo saluto? Il testo che stai per leggere lo scrissi circa tre anni fa, proprio su facebook. Questa è la versione 2.0. Non trovi fantastico poter fare l'upgrade di un addio? 

T'invito al mio funerale

Carissimo/a, 

non so cosa possa avermi portato via da te, ma ormai è successo. Non preoccuparti per me, sono sicuro che starò bene nell'aldilà. Mi spiace non poterti lasciare niente, ma nulla ho posseduto se non le emozioni. Certo, se fosse possibile, vorrei fossero donati gli organi, ad eccezione dei polmoni e del cervello. Perché ho fumato troppe sigarette e perché non vorrei che qualcuno diventasse intelligente come me. Se dovesse avanzare qualcosa, crematelo.
Sono sempre stato un gran rompiballe, soprattutto con me stesso, e non esiterò quindi a chiederti un ultimo favore. Anzi, una serie di favori. Innanzitutto, non voglio un funerale religioso. Sì, in vita sono stato anche cattolico praticante per un breve periodo, ma sono tanti anni che non mi riconosco più nelle religioni. Nulla di pers... trascendentale.
Non vestirti in modo elegante, l'unica eleganza che abbia mai cercato è quella del pensiero. A proposito, nessuno è mai riuscito a raggiungere le vette della filosofia platonica. Anzi, credo che Socrate sia una sua invenzione! Scusa, mi sono lasciato prendere la mano. Mi sarebbe piaciuto essere un filosofo da grande, ma sono rimasto piccolo.
Oddio, ho perso il filo! Ah, ecco, si discuteva di l'eleganza. Ti consiglio jeans e scarpe da ginnastica perché si va al mare, a Lucrino. Ho vissuto lì dai due ai diciotto anni ed è in quel mare, anche se spesso sporco, che voglio vengano sparse le mie ceneri. Attenzione al vento, sarebbe sgradevole vederti sputacchiare tutto il tempo quel che resta di me. E porta anche un bell'impianto stereo. Vorrei ascoltare un'ultima volta la musica che ho amato. Va bene, tanto lo so che al massimo rimedierai un portatile con due cassettine: alta infedeltà!
Vedi, la musica l'ho amata davvero tutta ed è difficile pensare ad una compilation per quando sarò postumo dell'idea di me stesso. Ricordo il primo 45giri che chiesi in regalo a papà, la sigla di Ufo Robot. Peccato che non abbia mai digerito le insalate di matematica e che non mi sia mai sentito un miracolo di elettronica, e non ho neppure visto avverarsi quel fantomatico miracolo italiano vaneggiato anni fa da qualcuno.


Qualche tempo dopo, pur non essendo ancora in grado di far funzionare lo stereo, - soprattutto il giradischi, posizionato di proposito su un mobile troppo alto per un bambino - gli chiesi la colonna sonora di Guerre Stellari.


Una giornata d'inverno e un gruppo di persone attempate sulla spiaggia che ascoltano musica, non trovi sia bella quest'immagine? Come faccio a sapere che accadrà d'inverno? È che mi piacerebbe andare via con il freddo, così come sono arrivato. Te lo ricordi che sono nato 196 anni dopo Ugo Foscolo, vero? Va bene, ti semplifico il calcolo, è successo il 6 febbraio 1974. L'unica cosa che ci accomuna è l'aver vissuto fuggendo di gente in gente. Non che non ci siano state persone cui abbia voluto bene, anzi. Ma l'euforia che ti dà la solitudine, ah che cosa meravigliosa! O forse è una merda. Non lo so. E adesso non incazzarti se ti ho dato dell'attempato/a: sono troppo vecchio per morire giovane e neppure tu hai più vent'anni, ammettilo!
Già, ammettere la verità. Penso mi piacerebbe poter dire che non rimpiango nulla, proprio come cantava Edith Piaf. Ma sarebbe una bugia, e non sono capace di mentire. Avrei potuto creare degli account anonimi e spargere odio come fanno in molti, ma ho sempre preferito espormi con il mio nome e cognome, nel bene e nel male. E dell'odio altrui non so cosa farmene. Preferisco l'amore. A proposito (d'amore), lo sai che mamma la usa come suoneria del cellulare?



E sai che una volta sono stato a Parigi e ne ho visto la casa natale in Rue de Belleville 72? La capitale francese è bellissima, ma la città che ho amato di più è Stoccolma. Mi piace il nord, anche se sono napoletano. Forse è il concetto di ciò che è sempre più su di dove ci si trova in un punto dell'esistenza a piacermi. Però poi, presto o tardi, si torna sempre all'idea di se stessi, anche quando sai che è sbagliata; ad un amore che appare tanto più vero quanto più infelice, e sempre al sud. Eppure, sarebbe così facile distinguere l'amore dal non amore. Il primo ti porta alla vita, e l'altro da tutto ciò che devi imparare per poter vivere (in) un'altra vita. Alla fine, sono utili entrambi, così come bene e male non sono contrapposti, ma complementari.


Sin qui ti ho raccontato di brani importanti per me, ma se dovessi sceglierne uno soltanto, allora vorrei essere ricordato per quel desiderio di libertà che porto scolpito dentro, come le iniziali di due giovani amanti sulla panchina di un parco. Non immagini neppure quanto mi sarebbe piaciuto essere affrancato, almeno per un istante, dai miei pensieri. Ecco da cosa ho cercato di fuggire. E dalle persone reali e virtuali in cui li vedevo riflessi, soprattutto quando avevo voglia di dimenticarmi.




Scommetto che non lo sai che Tullio De Piscopo, il mio batterista preferito, ha inciso sette dischi con Astor Piazzolla. Perdonami, a prendere il sopravvento adesso è stato il ricordo di un me che scriveva di musica e musicisti. Ho amato tanto la batteria, anche se studiare il ritmo mi ha sempre annoiato. Sono caotico e disarmonico, ad eccezione di quando scrivo. Ma suonare avviene in tempo reale, e non ci sono taglia e incolla postumi (e anche un po' posticci) a salvarti. Cosa possibile in una fase successiva alla registrazione, ma è un'altra storia. E non mi piace neppure ballare, anche se ho una consolle da DJ. Adesso però sono io a volerti dedicare una canzone. È un augurio affinché tu possa essere felice.



Aspetta, forse non c'è mai
davvero riuscito nessuno ad essere felice. Così, con le parole del mio attore preferito, Jerry Lewis, ti dico che: la felicità non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare ad essere felici senza. Ora che le mie ceneri sono sparse al vento e che non c'è neanche bisogno di una lapide, mi sento sollevato dalla responsabilità di pensare all'epitaffio. Ho scritto tanto, ho parlato di più e un po' di silenzio non mi farà certo male. Niente discorsi commemorativi, quindi. Anche perché sono troppo egocentrico per sopportare l'idea che qualcuno parli bene di me in mia assenza.
 
Ti ho voluto bene, a modo mio.
Massimiliano

P.S. Sono un fan dei Genesis e, se vorrai ricordarmi, ascolta questo disco
in un giorno d'inverno.



Saluti finali

E mi manchi
Come al deserto manca la pioggia
(Everything but the girl - Missing)

Ho promesso a me stesso di non scrivere più altri testi sino a quando non tornerò ad avere la presunzione, a torto o ragione, di raccontare qualcosa d'importante, almeno per me; avere idee nuove al fine di evitare di ripetere, seppure con parole diverse, qualcosa di già scritto negli ultimi anni; avere un'emozione così grande da sentire il bisogno di esprimerla; avere bisogno di ricordare qualcuno o qualcosa. Così come Lars Von Trier è stato il primo a violare le regole del suo Dogma 95, penso che tornerò molto presto. Ma non qui, non su Titoli provvisori per un romanzo postumo. 

m.c.

P.S. La traccia integrale dei miei pensieri non la conosco neppure io, ma qui c'è una piccola mappa.


Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte questo,
ho in me tutti i sogni del mondo.
(Fernando Pessoa - La tabaccheria)

lunedì 16 marzo 2015

Marco Lazzara - La TavolAperiodica – Azoto & Palladio

Ultimo appuntamento della rubrica dedicata a Primo Levi, autore, tra gli altri, de Il sistema periodico. A curarla è Marco Lazzara, anche conosciuto come il blogger errante. Non ha un proprio blog, infatti, ma sul profilo di google+ è possibile leggere tutti i suoi guest post. Già, ma chi è Marco Lazzara? Laureato in Chimica nel 2009, è docente presso il Centro Studi Test Torino ed anche scrittore. Il suo Incubi e Meraviglie è una raccolta di racconti di fantascienza che i lettori più giovani apprezzeranno per l'immediatezza del linguaggio, seppure molto curato, e quelli più adulti per la maturità delle riflessioni.  

m.c.

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La TavolAperiodica – Azoto & Palladio

La vita di laboratorio alle volte può essere dura. Ore, giorni di duro lavoro, per poi magari ritrovarsi con risultati poco soddisfacenti. È quello che capita a Primo Levi nel racconto Azoto, dove cerca senza successo di ottenere l’allossana. A seguire, il mio racconto Palladio, dove l’intervento di questo elemento salva una difficoltosa analisi che stavo conducendo.


Azoto

Il proprietario di una ditta di cosmetici chiede una consulenza a Primo Levi: il suo rossetto, rispetto a quello di un concorrente francese, dopo qualche tempo inizia a sbavare. Una semplice prova mostra che quello francese è realizzato con un pigmento insolubile nella cera del rossetto, mentre quello del cliente con uno solubile, quindi poco adatto. 


Soddisfatto, il cliente commissiona a Levi di produrre dell’allossana, un derivato dell’urea, per usarlo come cosmetico. Una visita alla biblioteca di facoltà rivela che il modo più economico di produrla è per demolizione ossidativa dell’acido urico, composto che si ritrova nelle urine: in piccole quantità in quelle dei mammiferi, nel 50% in quelle dei volatili e fino al 90% in quelle dei rettili. Levi procede nonostante l’ironia del produrre un cosmetico da deiezioni animali. 

Ma la cosa in realtà non è affatto semplice: la pollina (escrementi di gallina che si accumulano nei pollai) contiene anche terra, sassi, becchime, piume; inoltre è venduta a caro prezzo, perché grazie all’azoto è un ottimo concime. Dopo averne acquistata un po’, Levi tenta anche di comprare del guano a un’esposizione di rettili, ma il prezzo eccessivo lo fa rinunciare. Tornato in laboratorio, Levi passa un’intera giornata a setacciare la pollina, e due giorni a cercare di ottenere, senza successo, l’allossana. Alla fine desiste: meglio tornare alla chimica inorganica.

Palladio

Nell’antichità classica il palladio era un divino simulacro col compito di proteggere la città. Ilio non cadde finché Ulisse e Diomede, penetrati all’interno delle mura travestiti da mendicanti, non ebbero rubato quello che si trovava custodito nel tempio di Atena. 

Incontrai l’elemento che porta lo stesso nome durante la mia tesi di laurea. La tematica di cui mi occupavo era l’analisi dell’arsenico, perciò una parte di essa venne dedicata alle metodologie spettroscopiche, in modo da poter effettuare un confronto col metodo elettrochimico che cercavo di sviluppare. 

Una volta effettuata l’estrazione dell’arsenico dal campione sintetico che avevo preparato, mi trasferii nel laboratorio di analisi in tracce, che si trovava nel seminterrato dell’edificio di Chimica Analitica. Proseguendo lungo quello stesso corridoio, c’era un passaggio segreto che collegava l’edificio di Chimica Analitica con quello di Chimica. A volte io e i miei compagni che ne erano a conoscenza vi facevamo ricorso, in modo da poter passare più agevolmente da un edificio all’altro senza dover uscire all’esterno, cosa che però non era vista troppo di buon occhio dal personale docente. 

Il laboratorio di analisi in tracce era un locale piccolo, privo di finestre, l’aria proveniente dall’esterno veniva attentamente filtrata da cappe aspiranti: ricordava abbastanza un bunker antiatomico. La maggior parte dello spazio all’interno era occupato da strumentazioni, cappe, tavoli di lavoro. Grazie al cielo, il soffitto era abbastanza alto da evitarmi una crisi di claustrofobia. Prima di accedervi, si doveva stazionare in un bugigattolo, anch’esso provvisto di cappe aspiranti, dove bisognava infilarsi delle soprascarpe di plastica o in alternativa delle ciabatte da ospedale. 

Tutte queste precauzioni nascevano dal fatto che lì si effettuavano analisi di metalli in traccia, e le contaminazioni, piuttosto facili e frequenti, rappresentavano una seria problematica. In un corso che avevo seguito l’anno precedente, la dottoressa M., che lavorava nello stesso gruppo dove stavo svolgendo la tesi, aveva raccontato di alcuni di ricercatori russi convinti di aver fatto una scoperta senza precedenti, annunciata con grande enfasi all’intero mondo scientifico: la polywater, il fantomatico polimero dell’acqua. Si trattava di una bestiolina malvagia che polimerizzava in maniera irreversibile l’acqua, cosa che avrebbe potuto rappresentare una catastrofe ecologica spaventosa: se ne fosse caduto anche solo un pochino nel mare, avrebbe completamente polimerizzato l’acqua dell’intero pianeta. Venne poi fuori che quello che i ricercatori avevano scambiato per quell’assurdità chimica era in realtà semplice acqua, ma contaminata da svariate sostanze, tra cui la loro stessa epidermide: evidentemente non avevano osservato con scrupolo le procedure e avevano contaminato i propri campioni. 

Una volta in laboratorio, mi misi di buona lena a lavorare con lo strumento. Un’analisi in assorbimento atomico si basa sull’atomizzazione dell’elemento, procedura ottenuta con una fiamma o, nel mio caso, con un fornetto di grafite, che veniva poi inondato dai raggi UV provenienti da una lampada specifica per l’analisi di quell’elemento. 
Dopo tanto lavoro, i risultati furono deludenti. Qualcosa doveva essere andato storto. Dovetti ricominciare da capo: preparazione del campione, estrazione, analisi. Anche questa volta, i risultati non cambiarono. A., che mi seguiva durante la tesi, ci rifletté su e giunse alla conclusione che il fornetto di grafite doveva essere ormai usurato e bisognava quindi cambiarlo: ci avrebbe pensato lei stessa a farlo. 

Ricominciai daccapo, ma i risultati non migliorarono. Dopo un ulteriore tentativo andato a vuoto, un’intuizione di A. svelò il problema: un fornetto nuovo ha bisogno di essere condizionato, in modo da creare il giusto ambiente per l’analisi, altrimenti le specie troppo volatili vengono perse prima ancora di poter essere analizzate. A questo scopo si utilizzava una soluzione acida di un sale di palladio, elemento che qui rivelava le sue impensate qualità di protettore delle analisi in assorbimento atomico. 

Grazie al palladio, riuscii infine ad avere ragione di quell’analisi. In compenso, ebbi una curiosa sorpresa. La resa di estrazione dell’arsenico(V) sfiorava il 100%, cosa davvero ottima, considerando che in genere le rese sono molto basse e si cerca il più possibile di incrementarle. Quella dell’arsenico(III), invece, superava persino il 100%: ovvero, avevo estratto più arsenico(III) di quello effettivamente presente nel campione. Perplesso, mostrai i risultati alla mia relatrice, la professoressa A., che senza scomporsi mi spiegò che risultati del genere erano piuttosto comuni in analisi di tracce, dato che le quantità da analizzare erano minime, ed erano dovute a diverse fonti di errore: una linea di fondo un po’ alta avrebbe potuto spiegare tale risultato. Dopotutto nel mio campione erano presenti dieci miliardesimi di grammo di arsenico, quindi il mio lavoro era stato più che ottimo.  Una parte del merito va di certo al palladio, elemento che nel suo nome richiama quello di un leggendario simbolo protettivo, che aveva contribuito in maniera decisiva al successo di quell’analisi difficoltosa.

Marco Lazzara

domenica 18 gennaio 2015

Once again

Sospeso nuovamente l'account di facebook. Credo sia la terza o quarta volta ormai, non ricordo più. Questo blog, come nelle intenzioni originarie, rimane in memoria del mio ego virtuale.  L'io reale invece ha bisogno di silenzio adesso. 

Buona vita a tutti. 

m.c

sabato 17 gennaio 2015

Meglio vivere che sopra(v)vivere

Del primato della vita sul sogno e dell'essere altro dall'idea di sé

Esistono persone che vivono e altre che hanno bisogno di raccontar(si) delle storie per poterlo fare. Se non ho mai dubitato dell'utilità almeno economica degli articoli scritti quando ero un giornalista, - consapevole di aver promosso imprese, politici e artisti - ammetto che oggi mi è sempre più difficile nutrire Titoli provvisori per un romanzo postumo con nuove storie. L'idea era creare un contenitore in grado di raccogliere gli ultimi quattro anni di scrittura, ma adesso? 

La domanda che mi pongo di continuo, e anche la ragione per cui ormai cancello quasi tutto, o lo lascio allo stato di bozza, è questa: a chi serve? Al di là del soddisfare un bisogno esistenziale cui ho accennato all'inizio, intendo. Del resto, aver dato la possibilità a tutti di poter pubblicare il proprio pensiero, dagli stati di facebook sino all'editoria (più o meno) a pagamento, cosa ha prodotto?

Per una volta mi asterrò dal pronunciare un giudizio lasciando che esso rimanga sottinteso. Ho sempre contestato l'arbitrarietà e dannosità dei giudizi di valore, ma non ne sono immune, lo ammetto. Non potrei esserlo, neppure volendo. Nel sistema di relazioni in cui l'uomo vive, per quanto possano apparire astratti, come prescindere dai concetti di buono o cattivo, giusto o sbagliato, bello o brutto? E potrei elencarne tanti altri. Anzi, come prescindere dal giudizio in sé, che è lo strumento per poterci orientare lungo il cammino?

Aspetta un attimo! Non ti sei accorto delle contraddizioni in cui sono appena caduto? Ho sostenuto di rifiutare i giudizi di valore attribuendo loro le qualità (i valori) di arbitrari e dannosi. Ho accennato alla libertà di pubblicazione/espressione, di cui io stesso mi avvalgo, ma ho sottinteso l'esigenza, e non solo la mia, di un limite alla bruttezza dilagante. È proprio la consapevolezza delle aporie, almeno le mie, che mi porta a dubitare di chi, spesso con forza, sbandiera la propria appartenenza ideologica, che non è soltanto politica. Anzi, tanto più si rivendica qualcosa, tanto più si confessa un limite, un'incapacità, un desiderio inespresso. Un po' come dire: solo gli stupidi hanno certezze. Ne sono certo! 

Questo è un blog tragicomicamente esistenzialista, e tale vorrei rimanesse: scevro dalla cronaca e dalla politica. Mi limiterò allora a delle parole pronunciate spesso in questi giorni, in seguito all'attentato di Parigi: liberté, légalité, fraternité. Maddeché, rispondo in finto romanesco per fare la rima. Nulla da ridire sugli ideali, se intesi come obiettivi cui tendere sul piano dell'etica, che si distingue dalla morale in quanto soggettiva. L'etica è l'unica forma di autonomia insegnano i giuristi. Un conto è credere nella libertà e uniformarsi a tale ideale dandosi delle coerenti regole di comportamento, un altro è imporre agli altri la propria idea di libertà: assurdità che accade ogni giorno, in qualsiasi parte del mondo. Ho già scritto altrove che il diritto e la morale (forme di eteronomia) sono aberrazioni della mente, tanto quanto i giudizi. Ammesso si possa farne a meno. Ed è questa la cosa grave.

Da ex studente di giurisprudenza, educato da sempre a ragionare in modo analitico, non avrei scelto di provare ad essere un portatore sano di dubbi se non mi fossi reso conto, ad un certo punto, di quanta stupidità fosse racchiusa nelle mie certezze, e di quante stupide certezze ancora possiedo mio malgrado. Sarebbe bello essere stupidi, ma nel senso di persone in grado di stupirsi. E ancora, come posso affermare di essere libero? Non lo sono dall'idea di me stesso, per fortuna mutevole, e neppure da ciò che gli altri pensano di me. Sarà per via dell'illusione dell'ego, ovvero del percepirsi come singolarità in relazione alla pluralità? E se poi l'ego non fosse un'illusione, ma un dato di fatto? O, forse, sono entrambe: illusione per i buddhisti (e non solo) e primitivo strumento di difesa dal mondo esterno, come sostengono gli scienziati. In merito all'uguaglianza, ho sempre cercato un'anima non troppo gemella, e comunque un po' più carina di me. Da figlio unico non mi pronuncio sulla fratellanza perché non mi sono pervenuti dati in merito

Avrei potuto chiudere qui il post. Con l'ego contento per qualche qualche guizzo d'ironia, ma con il senso di colpa per averti trascinato ancora una volta nel labirinto dei miei pensieri, e senza neppure averti dato la possibilità di uscirne. Invece, facendo leva sulla non meno egoica presunzione di avere qualcosa d'importante da dire, sento il bisogno di aggiungere altro, che poi è il vero motivo che mi ha spinto a scrivere. Allora cerchiamola insieme la via di uscita, adesso!

Ho fatto un sogno ieri sera. Ammesso ti possa importare, la maggior parte delle cose che ho scritto negli ultimi anni nascono proprio dalla dimensione onirica. Credo esista un rapporto biunivoco tra sogno e realtà, e che la realtà stessa sia solo ciò cui attribuiamo il valore di reale. In questo gioco di specchi tra piani dell'essere, grazie ai riflessi di me proiettati sui volti delle persone incontrate in quel non luogo e non tempo, ho visto cose che non avrei il coraggio di guardare in uno stato di veglia, che poi è solo apparente.

Grazie al sogno, ho compreso di avere una scarsissima attitudine ad essere allievo/discepolo. A (quasi) 41 anni, sento ancora di dover imparare ad imparare, se permetti il gioco di parole. Infatti, di tutta quell'intelligenza attribuitami da mia madre, forse per un tipico e  incolpevole eccesso di amore, non rimane quasi nulla quando qualcuno cerca di farmi pensare in modo differente. Come i bambini, ma con una mente sempre meno elastica e ricettiva, ho un bisogno disperato di schemi. Dei miei schemi. Così, pur professando il primato del cuore sulla ragione, della follia - sinonimo di libertà, non di disagio psichico - rispetto all'idea di ordine, vi sono dei momenti in cui sono di una rigidità spaventosa. Certo, è comprensibile che alla mia età si sia ormai 'strutturati', nel bene o nel male. Ma è all'accettazione passiva delle cose che mi ribello. E non ci sto ad essere ad immagine e somiglianza dell'idea di me. Posso essere altro, per fortuna. E anche tu, salvo che non sia felice di ciò che credi di essere. Nel mio caso, voglio imparare ad imparare.

Come ricorda Erri De Luca, uno dei miei scrittori preferiti, in napoletano sogno e sonno si esprimono con la stessa parola: suonn'. Non sono la stessa cosa per me, pur essendo partenopeo. La dimensione onirica è importante, certo. Ma l'invito che rivolgo a me stesso, e anche la possibile via uscita dalle molteplici contraddizioni in cui cado, non è di continuare dormire, sia nel senso letterale sia nel senso di permanenza in uno stato d'illusione. Il mio è un invito a vivere! 

In altre parole, credo che nell'onirico si possa andare oltre l'idea di noi stessi e vedere dall'alto tutte le nostre piccole e ridicole quotidiane egoicità, ovvero sopra(v)vivere. E ha ragione chi sostiene che un giorno saremo tutti seppelliti da una grossa risata. Ma vivere significa riconnettersi al centro del cuore, comprendere i bisogni dell'anima, non soggetti all'ego, anche grazie a quanto impariamo dai sogni. Vivere da svegli, intendo.

Massimiliano Cerreto

P.S. Forse ti ho confuso ancora di più le idee, ma sei sicuro che questo sia un male?



Let your soul be your pilot
Let your soul guide you
He'll guide you well
 
(Sting, Let your soul be your pilot)

giovedì 15 gennaio 2015

Marco Lazzara - La TavolAperiodica - Potassio & Cloro

Prosegue la rubrica dedicata a Primo Levi, autore, tra gli altri, de Il sistema periodico. A curarla è Marco Lazzara, anche conosciuto come il blogger errante. Non ha un proprio blog, infatti, ma sul profilo di google+ è possibile leggere tutti i suoi guest post. Già, ma chi è Marco Lazzara? Laureato in Chimica nel 2009, è docente presso il Centro Studi Test Torino ed anche scrittore. Il suo Incubi e Meraviglie è una raccolta di racconti di fantascienza che i lettori più giovani apprezzeranno per l'immediatezza del linguaggio, seppure molto curato, e quelli più adulti per la maturità delle riflessioni.

m.c.


Clicca per maggiori informazioni sul libro di Marco Lazzara

La TavolAperiodica - Potassio & Cloro

Lavorare in laboratorio può alle volte portare a situazioni inaspettate, spesso a causa di esperimenti che non riescono, specie quando non si tiene conto dei basilari fondamenti della Chimica. È quello che capita a Primo Levi nel racconto Potassio, dove sostituendo questo elemento al sodio l’effetto ottenuto è a dir poco esplosivo. A seguire, invece, il mio racconto Cloro, che parla di un episodio occorso durante la mia tesi di laurea, dove il non aver tenuto conto delle proprietà di un suo composto ha portato a conseguenze impreviste. In entrambi i racconti si vede l’uso di una tecnica di separazione, distillazione per Levi, estrazione con solvente per me.


Potassio

In questo racconto, ambientato ai tempi dell’università, Primo Levi riesce a entrare nel progetto di ricerca di un suo docente, il quale, essendo un fisico, necessita dell’aiuto di un chimico per svolgere le pratiche di laboratorio. 


Come prima cosa, Levi deve purificare del benzene: la procedura riportata dai manuali indicava di effettuare una distillazione frazionata e poi un’ultima distillazione in presenza di sodio metallico, in modo da rimuovere tracce di umidità. Sfortunatamente di sodio non ce n’era, così Levi decide di usare il potassio, che ha le stesse proprietà chimiche. Una volta terminato, Levi rimuove con cura il potassio e si mette a lavare la vetreria. Ma il potassio è più reattivo del sodio: se uno reagisce violentemente, l’altro ancora di più, liberando molto più calore. 

Il pallone conteneva vapori residui di benzene, e tracce di potassio rimaste aderite al vetro, che Levi non aveva individuato, a contatto con l’acqua accendono la miscela. Dal collo del pallone viene sparata una fiammata verso le tende della vicina finestra, che prende subito fuoco. Levi si trova quindi costretto a domare l’incendio da lui provocato. 
La morale è che occorre diffidare del quasi-uguale: le differenze possono essere piccole, ma portare a conseguenze radicalmente diverse.

Cloro

Scopo primo della mia tesi di laurea era l’analisi dell’arsenico per via elettrochimica, e quando lo strumento su cui lavoravo cominciò a dare segni di instabilità, ebbe per me inizio un periodo di grosse difficoltà. Dovetti passare alcuni mesi diviso tra il cercare di resuscitarlo con pratiche che avevano quasi dello stregonesco - ringraziando quando per qualche minuto lo strumento tornava a dare segni di vita e imprecando quando dopo poco smetteva di darne - e il dedicarmi ad altri studi. 


Uno di questi, che si aveva intenzione di effettuare più avanti nella tesi, era un confronto tra l’analisi elettrochimica e quella classica per via spettroscopica, in modo da dimostrare che la prima era più semplice, più veloce e più pratica: questo perché, a differenza della spettroscopia di assorbimento atomico, permette di discriminare tra arsenico(III) e arsenico(V) senza bisogno di separazioni preliminari del campione. 

Con la spettroscopia, la metodica da usare era il metodo di Chapell, che consisteva nel suddividere il campione in due aliquote: sulla prima si effettuava l’analisi dell’arsenico(III), sulla seconda l’arsenico totale, da cui, per differenza, si ricavava l’arsenico(V). 
Si acidificava la prima aliquota con una soluzione concentrata di acido cloridrico, in modo da favorire la formazione dei cloro-complessi dell’arsenico, quindi la si poneva in imbuto separatore e si procedeva all’estrazione usando del cloroformio: in questo modo il solo cloro-complesso dell’arsenico(III) sarebbe passato in fase organica. Bisognava anche fare attenzione a far sfiatare ogni tanto l’imbuto, altrimenti il tappo sarebbe potuto saltare all’improvviso per l’aumento di pressione dovuto ai vapori di cloroformio. Infine, si controestraeva in acqua, ambiente più adatto all’analisi. 

Se con la prima frazione si trattava di semplice routine, la seconda mostrò invece inaspettate qualità. A essa si aggiungeva infatti una soluzione di ioduro di potassio, allo scopo di ridurre l’arsenico(V) ad arsenico(III), cosa che donava alla soluzione un vivace colore giallo. La procedura si ripeteva poi identica a prima, ma ecco un altro effetto cromatico: sembra infatti che il cloroformio formi una sorta di addotto o complesso con lo iodio, il che colorava la soluzione di un elegante rosa tenue. 

Nel laboratorio dove svolgevo la tesi, occupandosi per lo più di analisi di metalli, non si disponeva di cloroformio; allora il dott. G., che lavorava al piano superiore, mi fece molto gentilmente omaggio di un barattolone da due litri. Era un barattolo molto grosso e pesante, così, per lavorare con più comodità, cercai un recipiente più piccolo in cui versarne il quantitativo adatto al lavoro che stavo svolgendo: la scelta ricadde su un barattolino di teflon che trovai in un cassetto. 

Dopo alcune ore di lavoro, uscii per andare a pranzo. Cercando di non rimanere tramortito dalle temperature sahariane che si registrarono quell’anno a luglio, mi diressi com’era mia abitudine al parco del Valentino. Avevo scovato un posto interessante: praticamente dovevo infilarmi in un cespuglio, ma così facendo mi ritrovavo sotto una sorta di ombrello naturale formato dai rami di una pianta bassa. Pranzavo seduto sull’erba con affianco un ruscelletto, su cui facevo navigare barchette improvvisate con la carta di giornale. 

Tornato dal pranzo, ripresi a lavorare alla mia estrazione. Afferrai il barattolino di teflon e osservai con una certa sorpresa che era molto più morbido di quanto ricordassi. Fu solo quando provai a sollevarlo dal bancone, che mi resi conto che doveva essere successo qualcosa: il fondo del barattolino vi rimase infatti attaccato, mentre ciò che stringevo in mano, ormai del tutto rammollito, sgocciolava il poco di cloroformio rimastovi. 

Intuii subito ciò che doveva essere avvenuto: ero rimasto vittima di uno dei più semplici e basilari principi della Chimica: il simile scioglie il simile. Il cloroformio, solvente dalla scarsa polarità, aveva infatti sciolto il teflon, una plastica, quindi apolare. Ma io questo lo sapevo benissimo: una delle tante cose che ti insegnano nei corsi di analitica è che i solventi organici vanno posti in contenitori di vetro, mentre sono le soluzioni di metalli, opportunamente acidificate, ad andare nei contenitori di plastica. 

Quel giorno ci rimisi un barattolino di teflon, ma imparai una grande lezione, cioè che la Chimica non è astratta teoria: avevo infatti avuto una riprova che i principi da me studiati erano verificabili. Questa storia, anno dopo anno, l’ho usata più volte coi miei studenti, per farli riflettere sulle proprietà di miscibilità delle sostanze, ma anche che la Chimica è un qualcosa che puoi toccare con mano ogni giorno, nelle piccole come nelle grandi cose.

Marco Lazzara

venerdì 9 gennaio 2015

Il ricordo di me

Non sono mai stato davvero un fan di Claudio Baglioni e Pino Daniele, ma la loro musica è parte del mio vissuto: ci sono canzoni che ti si appiccicano addosso e non vanno più via. Una di queste è Mille giorni di te e di me. Per una volta ometterò tutta la parte romantica della storia perché ci sono cose che dovrebbero rimanere private, come le cicatrici che lasciano gli amori, ad esempio. C'è però un verso che desidero citarti: ti presento un vecchio amico mio / il ricordo di me / per sempre, per tutto quanto il tempo in questo addio / io mi innamorerò di te.

Già, ma cosa sarà mai questo ricordo di me? Come ho raccontato nel post precedente, dedicato alla mia amica Anna, credo ormai soltanto alla memoria del cuore, che non ha bisogno di fotografie per rimanere impressa. E neppure di tutte le tracce lasciate sui social network. È per questa ragione, e tante altre che non mi va di dirti, che ho voluto cancellare la bacheca, i commenti, i mipiace e quanto si era sedimentato negli ultimi quattro anni.

(Se mi hai seguito sin dall'inizio, sai che questo blog nasce dalla mia ennesima fuga da facebook, su cui poi sono tornato il cinque ottobre scorso. Non meravigliarti quindi se l'indirizzo è vivosenzafacebook e poi finisco con il raccontarti delle disavventure virtuali. A dire il vero, ho avuto delle brutte esperienze anche con google+. Forse è che, non essendo un nativo digitale, ad internet mi lega un sentimento di amore/odio o di attrazione/repulsione, come direbbero gli psicologi.)

La verità è che mi sono chiesto quale ricordo di me avrei lasciato. Perché mantenere in vita dei rapporti finiti ormai da tempo? Ammesso che di rapporti si possa parlare nel caso delle relazioni virtuali. Come fare a lasciare soltanto l'essenza di me? E a chi? Tutte domande cui non posso dire di aver trovato una risposta se non nella scelta radicale di rivendicare il mio diritto all'oblio. Era già mia abitudine cancellare i post degli anni precedenti, ma entrare nel registro attività e annullare tutto è stato devastante e magnifico allo stesso tempo.

Altrettanto magnifico e devastante per il mio ego, cercare di imparare a suonare Io dal mare, brano contenuto in Oltre, forse l'album più bello di Claudio Baglioni, che contiene la già citata Mille giorni di te e di me. Ieri ho trascorso delle ore alla batteria a provarla e riprovarla, ma è maledettamente difficile. Ecco, vorrei che ascoltassi questa canzone, soprattutto la parte finale, quella in cui entra la voce di Pino Daniele. Non canta una sola parola, eppure c'è tutto il suo mondo, la sua essenza.

Per rispetto nei suoi confronti, non aggiungerò altro sul cantautore napoletano, ma non ti nascondo che, in questi giorni, mi hanno dato molto fastidio sia l'ipocrisia di alcuni colleghi - incontrati quando ero un giornalista - sia alcune polemiche sul modo in cui i partenopei hanno testimoniato l'immenso l'affetto nei suoi confronti. Preferisco concludere con l'augurio che il ricordo di te, di me e di tutti noi possa essere un pensiero felice nel cuore degli altri.

Massimiliano Cerreto



Due miei pensieri felici

giovedì 1 gennaio 2015

La memoria del cuore

Dell'inutilità irreversibile del tempo

Auguri di Buon Anno! Ecco, penso che gli auguri dovremmo farli ogni giorno, e prima di tutto a noi stessi. Non sono certo un sostenitore della legge di attrazione, ma un atteggiamento positivo nei confronti della vita è senza dubbio migliore di uno negativo. So di aver appena scritto una grande banalità, non la prima e non l'ultima contenuta in questo blog, ma permettimi di essere un po' autoironico. E poi mi piaceva tanto la comicità di Max Catalano, noto per la sua filosofia basata sull'ovvio. A me invece l'ovvio è sempre sfuggito: troppo impegnato a cercare una via di fuga dalla banalità per rendermi conto del valore della semplicità. Ma non è di questo che ti voglio raccontare.

Il punto è che vivo una relazione complicata con il tempo. Anzi, complicatissima. È che non sopporto tutto ciò è definitivo. Forse adesso starai pensando che tutto scorre e nulla è mai uguale a se stesso. Eppure c'è sempre qualcosa che rimane. Ricordi Lost, la serie televisiva di qualche anno fa? In caso affermativo, ti sarà più facile comprendere il concetto di costante. Perché ci sono delle costanti nella vita: persone cui siamo e saremo sempre legati. Forse ancor prima di nascere e dopo aver lasciato questa porzione di tempo e di spazio. Chi ti ama c'è sempre, c'è prima di te, prima di conoscerti, ha scritto Margaret Mazzantini.

Ma allora, visto che è di amore che si tratta, perché questa difficoltà ad accettare ciò che è definitivo? Che è anche la ragione per cui non amo i tatuaggi. Attenzione, i tatuaggi, non le persone tatuate. Salvo che tu sia un nativo digitale, apparteniamo entrambi alla generazione di chi ha vissuto un cambiamento epocale: la virtualizzazione dei rapporti e persino di se stessi. Sino ad un momento delle nostre vite, l'unica dimensione possibile era quella della realtà: nessun avatar (o profilo, se preferisci) da creare, in cui riconoscersi o da rendere credibile agli occhi degli altri.

Ma cosa rimane al netto dei mipiace? La recente scomparsa di una persona meravigliosa che avevo conosciuto grazie a facebook, ed anche quella che ha insistito di più affinché vi tornassi, mi ha fatto davvero male. Non è l'unico lutto virtuale che ho vissuto. Ricordo la tragica morte di una musicista, incontrata dal vero e con cui ero in contatto grazie a myspace. Non che non mi sia dispiaciuto, ma questa volta è stato diverso. Anna mi voleva bene, ma davvero tanto. E anche io gliene volevo. Perché l'affetto va al di là dei mipiace, dei cuoricini e dei commenti, anche se può essere espresso in questo modo. Le emozioni, non finirò mai di ripeterlo, sono sempre reali, a prescindere dal mezzo attraverso il quale si esprimono.

Così sono entrato nel registro attività di facebook e l'ho fatto con la precisa intenzione di cancellare il mio passato. Un'impresa titanica, non funzionando gli script che promettono di eliminare tutto con pochi click. Il primo passo è stato rimuovere i commenti, scripta manent, giusto? Ancora un paio di settimane e dovrei riuscire a smipiaciare ogni cosa. Ma perché? 

Scorrere la storia virtuale degli ultimi quattro anni, momento per momento, mi ha permesso di sconfiggere l'irreversibilità del tempo e di lasciare che quanto davvero definitivo sia impresso soltanto nella memoria, non nel registro di un social network. Togliere i mipiace dalle foto dei nipotini, ad esempio, non significa smettere di amarli, ma accettare che tutto ha senso soltanto nel qui e adesso. 

Un'ultima considerazione: ho promesso a me stesso di tornare a scrivere quando sarò abbastanza presuntuoso da pensare di avere qualcosa di importante da comunicare agli altri, e che non sia la copia, seppure con parole e forme diverse, di quanto già raccontato in passato. Neppure questo post è importante, ad esserlo è solo il ricordo di Anna, e tutto quanto appartiene alla memoria del cuore.


Massimiliano Cerreto 
 

P.S. Avrei voluto pubblicare un'immagine di Anna da giovane, ma sarebbe stata una violazione della sua privacy. Ho scelto di mettere questa foto di un luogo a lei caro, dove conobbe l'amore della sua vita.





E sono ormai convinto da molte lune
dell'inutilità irreversibile del tempo


(Rino Gaetano, Tu, forse non essenzialmente tu)


- Cosa sarò -

Più e più volte sono cresciuto come erba,
ho sperimentato settecento e settanta forme.
Morto alla mineralità divenni vegetale,
morto alla vegetalità divenni animale,
morto all'animalità divenni uomo.
Perché allora paventare la dispersione nella morte?
La prossima volta morirò generando ali e piume di angelo;
poi salendo più in alto degli angeli
sarò quello che voi non riuscite ad immaginare:
quello io sarò!

Rumi

martedì 23 dicembre 2014

L'angelo e la puttana

Era sera, e la gente distrattamente tornava a casa.
Era buio, e lei aveva il suo bambino in braccio.
Era tardi, e lui camminava senza una meta.
Vuoi un po' d'amore?, disse prendendolo per mano.
Io sono amore, rispose guardandola negli occhi.
E insieme diventarono giorno.

Massimiliano Cerreto

P.S. Scrissi questo testo alcuni anni fa, era il preferito di Anna, un'amica che non c'è più. Lei era amore, lei è angelo.

giovedì 18 dicembre 2014

Marco Lazzara - La TavolAperiodica – Idrogeno & Magnesio

Prosegue la rubrica dedicata a Primo Levi, autore, tra gli altri, de Il sistema periodico. A curarla è Marco Lazzara, anche conosciuto come il blogger errante. Non ha un proprio blog, infatti, ma sul profilo di google+ è possibile leggere tutti i suoi guest post. Già, ma chi è Marco Lazzara? Laureato in Chimica nel 2009, è docente presso il Centro Studi Test Torino ed anche scrittore. A proposito, ho letto il suo Incubi e Meraviglie e lo consiglio come regalo di Natale, non solo agli appassionati di fantascienza: una raccolta di racconti che i lettori più giovani apprezzeranno per l'immediatezza del linguaggio, seppure molto curato, e quelli più adulti per la maturità delle riflessioni. Da amante della scrittura, mi è piaciuto molto il modo in cui ha architettato i colpi di scena finali, ma non posso svelarvi nulla...

m.c.

Clicca per maggiori informazioni sul libro di Marco Lazzara



La TavolAperiodica – Idrogeno & Magnesio

La Chimica può essere divertente, ma non è un gioco. C’è chi, spinto dalla voglia di apprendere, si lancia in esperimenti senza preoccuparsi della propria sicurezza, perché la mancanza di conoscenze può portare al disastro. È ciò che accade a Primo Levi nel racconto Idrogeno, che mostra cosa succede quando non si ha idea delle energie che si vanno a liberare. A seguire, il mio racconto Magnesio, che narra di una storia curiosa che circolava nel mio vecchio liceo.

Idrogeno 

In questo racconto, ambientato ai tempi del liceo, Primo Levi e il suo amico Enrico si introducono di nascosto nel laboratorio casalingo del fratello di Enrico, che studiava Chimica all’università. I due tentano qualche piccolo esperimento, combinando un disastro dopo l’altro. Prima provano a fondere il vetro sul bunsen, poi a produrre il gas esilarante per decomposizione termica del nitrato d’ammonio; quando però comincia a svilupparsi un gas soffocante, smettono immediatamente, temendo sia tossico, e fanno bene, perché in certe condizioni il composto diviene anche esplosivo.

Levi decide allora di improvvisare una cella elettrolitica per dissociare l’acqua nei suoi elementi. Prende una pila, riempie un becker di acqua e vi scoglie del sale (per aumentare la conducibilità elettrica); quindi prende dei barattoli di marmellata e li capovolge nel becker, connettendoli alla pila con un filo di rame. Accesa la pila, iniziano a svilupparsi bollicine di gas e i due barattoli si riempiono uno di idrogeno e l’altro di ossigeno gassosi.

Enrico però non è convinto: Levi aveva usato il sale. E se nel barattolo ci fosse stato invece del cloro? Per dimostrargli di avere ragione, Levi accende un fiammifero e lo avvicina al barattolo di idrogeno, che esplode. Sì, era proprio idrogeno, visto che è estremamente infiammabile. 

Magnesio

Una volta giunto in seconda liceo, trovai ad attendermi una nuova materia: Scienze. Per quell’anno e il successivo, avrei dunque studiato Chimica. All’epoca non potevo certo ancora sapere che la Chimica sarebbe stata la principale occupazione della mia vita, anche se fin da subito mi appassionai a quella materia strana, fatta di mille curiosità, colori e magie, e delineata nei secoli da personaggi straordinari.

Tra le altre cose, io e i miei compagni venimmo a sapere dell’esistenza, nel nostro liceo, di un laboratorio di chimica, e che alcune volte l’avremmo anche visitato per compiere delle piccole esperienze, cosa che ci mise addosso non poca eccitazione. Prima ancora di metterci piede, però, ci venne raccontata una storia piuttosto curiosa: dei ragazzi più grandi che conoscevamo ci dissero, infatti, che sul soffitto del laboratorio c’era un’enorme macchia e che questa era il risultato di un esperimento finito male.

Alle nostre giovani menti si affacciarono subito immagini di spettacolari esplosioni, chiedendoci, nell’immaginare la scena, cosa potesse essere mai successo; alla prima occasione interrogammo quindi la nostra professoressa di Scienze in merito alla veridicità di tale storia, che in effetti poteva essere nient’altro che una leggenda urbana del nostro liceo.
E invece la storia si rivelò vera. Sembra che diversi anni prima, qualcuno stesse cercando di estrarre la clorofilla da delle foglie di spinaci. La clorofilla è una proteina contenuta all’interno delle cellule del tessuto fogliare dei vegetali, ed è a essa che devono il loro colore verde. Questa molecola ha come fulcro un atomo di magnesio, elemento fondamentale per la sua funzione biologica, in quanto è come una sorta di antenna per raccogliere l’energia luminosa proveniente dal sole, che la pianta immagazzina in forma di composti organici.

Qualcosa nell’esperimento con la clorofilla andò storto e la soluzione reagì violentemente, provocando un schizzo che dal bancone raggiunse il soffitto del laboratorio, lasciandovi la macchia. Onestamente a tutt’oggi non ho idea di quale solvente abbiano usato per riuscire a turbare in quel modo l’assolutamente pacifica clorofilla e produrre uno schizzo di ben due metri d’altezza.

Così, quando alla fine entrammo per la prima volta in laboratorio, subito cercammo con gli occhi la macchia: c’era, ed era notevole, un ellissoide sformato del diametro di almeno mezzo metro, di un colore tra l’arancione e il marrone, anche se ormai sbiadito dagli anni.
Questa era la storia che raccontai, più di dieci anni dopo, a una mia collega che insegna Biologia. Eravamo appena usciti da una riunione e lei si era offerta di darmi un passaggio in macchina fino a casa. Avevo saputo che nei mesi passati aveva fatto supplenza nel mio vecchio liceo, così, mentre eravamo in coda in tangenziale, mi misi a raccontargliela.

Ma non hanno mai pensato di ripulirla?, mi chiese, con candida semplicità, al termine del racconto. Rimasi per un attimo interdetto, poi mi ripresi e ridendo le risposi che no, evidentemente non avevano mai pensato di ripulirla, e che probabilmente, se tanto mi dava tanto, sarebbe rimasta lì per sempre. Oramai era una sorta di monumento storico.

A voler essere del tutto sincero, non so se quella macchia c’è effettivamente ancora, ma in fondo non ha importanza: esisterà sempre nei miei ricordi, testimonianza di una buffa storia che altrimenti si sarebbe perduta nel trascorrere degli anni, nell’eterno passaggio di studenti e professori, nell’appassire e cambiar colore delle foglie.