domenica 31 agosto 2014

Amanti di strada

Parte 1

Dietro le quinte di una storia

 ©Massimiliano Cerreto
Raccontare per poter vivere - Una volta pensavo fosse sufficiente raccontare per poter vivere. Prendere in prestito pezzi di esistenze altrui e trasformarli in parole: in questo consisteva il mio lavoro di giornalista, e anche la mia vita. Ad essere mie erano solo le parole, però. Anche perché non ho mai usato il registratore durante le interviste, ad eccezione di due volte soltanto: con Giovanni Imparato, noto percussionista e ottimo maestro di vita, e con Phil Collins, l'idolo dell'adolescenza! Ti confesso che registrai la sua voce anche per avere una traccia - e qui il gioco di parole è voluto - del nostro incontro. Ne approfittai per farmi autografare qualche disco e il biglietto del concerto dei Genesis del 1992, il primo cui ho assistito.


La data italiana del We can't dance tour si sarebbe dovuta tenere a Torino, ma lo sciopero dei camionisti costrinse noi fan italiani ad andare a Nizza: 24 ore di treno! Avevo da poco sostenuto l'esame di maturità, ero maggiorenne, ma papà volle accompagnarmi lo stesso. Rimase tutta la sera fuori lo stadio e mi accolse all'uscita con un enorme panino imbottito di carne, che divisi con un ragazzo calabrese conosciuto da poco. Non potrò mai dimenticare la stazione di Nizza la mattina seguente: i titoli dei giornali riportavano la notizia della morte di Paolo Borsellino.


 


Vivere per poter raccontare - Terminata l'esperienza del giornalismo, stanco di essere lo schiavo dell'editore di turno, ho compreso che è necessario vivere per poter raccontare, anche se la scrittura è sempre (ri)scrittura del reale, a prescindere dal grado di verosimiglianza che s'intende raggiungere. Ed è ciò che farò anche adesso. Sono appena tornato da uno dei luoghi più belli del mondo: il lungomare di Napoli. Passeggiare nella città della sirena Partenope dà l'impressione di essere una comparsa in un set cinematografico, sensazione provata solo a Roma e Parigi. Protagonisti di questo film corale anche un clown e una mangiatrice di fuoco. A vederli lì, intenti a vincere l'indifferenza dei passanti, ho pensato ad una scena di Les Amants du Pont-Neuf, ad un istante di liberatoria follia. Forse perché, come gli artisti ambulanti, non possiedo niente se non il mio corpo, e non sono che l'eco delle vite che mi sono passate accanto. Eccomi qui, allora, a riscrivere la storia di due vite che ho soltanto sfiorato. Attento: ciò che leggerai è vero solo nella mia fantasia!

Parte 2

Martina & Salvatore

Salvatore, come è andata la serata?, è Martina la prima ad entrare in scena adesso che lo spettacolo è finito. Mette da parte il liquido infiammabile e il tappeto rosso su cui si esibisce. Pochi spiccioli nel cappello e solo un fiore di plastica tra i capelli. Ma sembra seta, almeno da lontano. Avrebbe voluto fare la ballerina, non la mangiatrice di fuoco. Piccola e agile, con gli occhi vivaci e quella bellezza che ci metti un po' a capirla, ma che poi ti entra dentro. Ma quale ballerina e ballerina! Non si vive con l'arte, e poi finiresti a fare la zoccola come quelle della televisione. Tu sei mia figlia, e sino a quando vivrai in casa mia farai quello che dico io!, le ripeteva il padre continuamente: il solito mantra della rassegnazione del solito uomo comune. Su di lei, però, non aveva fatto affetto, per fortuna. Via di casa presto, appena maggiorenne, e nelle orecchie ancora il rumore della porta sbattuta in faccia al futuro che suo padre avrebbe voluto per lei. Fprse un matrimonio e un paio di figli. Certo, aveva anche una madre. Ma un rassegnato silenzio era l'unica cosa che le aveva saputo offrire. A Martina però non importava. Non delle porta che aveva sbattuto in faccia ai suoi. Non di quelle che la realtà le sbatteva contro. Saranno i miei sogni a farmi strada, credeva. Già, solo la strada l'aveva accolta. Ed era libera adesso. Anche in mezzo ai flash dei passanti, troppo impegnati a scattare foto o fare video da postare su facebook per capire chi avessero davvero davanti ai loro occhi. Vita, danza, fuoco, anima: Martina era tutto questo.
Martina, lasciamo perdere, non mi va di parlare adesso, Salvatore no, non era felice. Il viso dipinto come una maschera triste, un pantalone troppo grande, le bretelle che gli segavano le spalle e quelle stupide bolle di sapone che tanto piacevano ai bambini. Sapeva farli ridere, tutti, ad uno ad uno. Ma di ridere non gli riusciva più. Un matrimonio fallito alle spalle e quel lavoro nell'azienda da cui l'avevano costretto a divorziare insieme alla moglie. E non in modo consensuale. Ti avevo dato tutto: mia figlia, un lavoro e un futuro che molti non riuscirebbero neppure ad immaginare. E tu? Cosa ne hai fatto? Lo hai buttato nel cesso perché non sai fare l'uomo. Ma pensi che sia stato facile con mia moglie? Solo che ho agito da uomo, io! Non come te. E adesso non farti più vedere!, le parole del suocero Salvatore le aveva stampate nella testa, così come quella maledetta giornata di novembre, con la pioggia fuori e dentro il cuore. E quell'odore di asfalto bagnato che non andava più via. Un bilocale con Martina, pensava di avere soltanto questo. Martina, ecco cosa aveva d'importante, ma non lo aveva ancora capito.
Dai, torniamo a casa, si è fatto tardi, però passiamo prima a prendere un cornetto, lo prese per mano Martina. Una mano piccola che cercava sicurezza in una mano molto più grande, ecco cosa vedeva lei. Un uomo senza futuro accanto ad una donna più giovane, arrivata all'improvviso nella sua vita, ecco cosa vedeva lui. E in quel bar, all'angolo di una notte che non era diventata ancora alba, con le tasche piene di spiccioli e il latte macchiato che dipingeva le labbra di Martina, Salvatore la guardò come se fosse la prima volta e si rese conto di aver sbagliato tutto. S'infilo allora due cannucce nel naso e incominciò a fare le bollicine nel suo cappuccino freddo in tazza calda. Proprio come avrebbe fatto un bambino. E rise Martina. E rise Salvatore. Giovanni invece non ci fece troppo caso. Pensava di aver visto di tutto ormai. Magro, con la schiena curva e il viso scavato per il troppo lavoro: metà uomo e metà macchina del caffè, ecco chi era. Sarebbe stato perfetto per un film di Fritz Lang o di Charlie Chaplin, ma per la gente era solo quello che faceva i caffè in quel bar aperto anche di notte. 
Andiamo a casa adesso, non aveva voglia di parlare Salvatore, ma solo di addormentarsi accanto a lei. La strada li avrebbe aspettati, immobile, eppure mai uguale a se stessa. Così come sempre diverse sarebbero state le persone che avrebbero applaudito i due amanti di strada.


Parte 3

Dopo la parola fine

Sono felice! Sono trascorse circa 5 ore da quando ho incominciato a scrivere e un numero imprecisato di sigarette riempie il posacenere accanto a me. Meglio non contarle. Meglio buttarle nella spazzatura, altrimenti i miei rompono. Ti sembra davvero così strano che a 40 anni viva ancora con mamma e papà? A me sembra più strana la cattiva fede di chi non paga il lavoro altrui giustificandosi con la crisi, che è prima di tutto delle coscienze. Dai, adesso non ho voglia di affrontare questi argomenti. E poi sono contento di aver vissuto il mio momento di liberatoria follia: rimanere tutta la notte a scrivere ed immaginare. Cosa c'è di vero in ciò che ho raccontato? Martina e Salvatore si chiamano davvero così, ma non credo si conoscano. Ho chiesto i loro nomi, ho guardato i loro occhi, ho ascoltato le loro voci, ma tutto il resto l'ho solo sognato, forse stregato dal canto di una sirena.


Massimiliano Cerreto