venerdì 8 agosto 2014

(Ti) telefono amico

Dello scatto per la risposta e del credito di fiducia esaurito

Mi sarebbe piaciuto avere il talento di Franca Valeri, la più grande attrice comica-ma-non-troppo italiana. E mi piacerebbe sapere come sarebbe oggi un'ipotetica sora Cecioni. Non credo sposata, forse convivente oppure separata. E non si farebbe chiamare sora. Tramontata l'era delle Deborah e delle Jessica, avrebbe uno di quei nomignoli - quelli sì non passano mai di moda - che finiscono con la y: Concy, Giusy, Nancy, Francy, e così via. Immutata solo la sua dipendenza dal telefono, oggi telefonino.

Se telefonando, già! No, il riferimento non è alla canzone di Mina. Mi chiedevo se telefonare significasse davvero sentirsi, che è qualcosa in più di ascoltare. Ma tu vuoi sapere troppo, rispose la mia prima ragazza quando le chiesi se mi amasse o meno. A pochi secondi dal nostro primo bacio, aggiungo. Una domanda, lo ammetto, figlia di un rigurgito di egocentrismo mal digerito misto ad insicurezza diffusa.

Un attimo, a pensarci bene non era voler sapere troppo! L'amore è il minimo sindacale di un rapporto, soprattutto quando si vive quell'età in cui non esistono sfumature e ogni cosa ha il valore dell'assoluto. Maledizione, ma perché arrivano sempre troppo tardi le parole giuste, da dire al momento giusto alle persone giuste?

Quasi quasi le telefono e glielo dico adesso! No, meglio evitare: è estate e forse sta ancora dormendo. E poi lo so che adesso non mi ama, non di quell'amore che lega un uomo e una donna. E poi perché non mi piacciono quelle persone che, sentendosi depositarie di una verità da rivelare, chiamano a qualsiasi ora. Le amiche di mia madre, ad esempio!

I miei amici sono differenti! Forse indifferenti. Al di là del facile gioco di parole, è che da quando ho sospeso il mio account di facebook mi sono accorto di quanto silenzioso sia il mio cellulare. E non solo perché avevo già da tempo disabilitato il suono delle notifiche. Ma non hai whatsapp?, mi hanno chiesto di recente. No, e non voglio averlo. Perché voglio sapere cosa accade, ma dalla tua voce. La colpa, concesso ma non so se ammesso che di colpa si possa parlare, è anche mia, sia chiaro. Telefonarsi, salvo rare eccezioni, era diventato superfluo.

E allora sono tornato a chiamare, che non è un verbo ma una domanda: chi amare? Per ascoltare come suoni e risuoni nella mia vita. Per capire se ne vale ancora la pena scattare ogni volta che sento squillare il telefono. Per capire se il mio credito di fiducia nei tuoi confronti merita di essere rinnovato oppure è ormai esaurito.

Massimiliano Cerreto

P.S. Alla fine ho ceduto alle lusinghe del demonio, ops, WhatsApp!