sabato 17 gennaio 2015

Meglio vivere che sopra(v)vivere

Del primato della vita sul sogno e dell'essere altro dall'idea di sé

Esistono persone che vivono e altre che hanno bisogno di raccontar(si) delle storie per poterlo fare. Se non ho mai dubitato dell'utilità almeno economica degli articoli scritti quando ero un giornalista, - consapevole di aver promosso imprese, politici e artisti - ammetto che oggi mi è sempre più difficile nutrire Titoli provvisori per un romanzo postumo con nuove storie. L'idea era creare un contenitore in grado di raccogliere gli ultimi quattro anni di scrittura, ma adesso? 

La domanda che mi pongo di continuo, e anche la ragione per cui ormai cancello quasi tutto, o lo lascio allo stato di bozza, è questa: a chi serve? Al di là del soddisfare un bisogno esistenziale cui ho accennato all'inizio, intendo. Del resto, aver dato la possibilità a tutti di poter pubblicare il proprio pensiero, dagli stati di facebook sino all'editoria (più o meno) a pagamento, cosa ha prodotto?

Per una volta mi asterrò dal pronunciare un giudizio lasciando che esso rimanga sottinteso. Ho sempre contestato l'arbitrarietà e dannosità dei giudizi di valore, ma non ne sono immune, lo ammetto. Non potrei esserlo, neppure volendo. Nel sistema di relazioni in cui l'uomo vive, per quanto possano apparire astratti, come prescindere dai concetti di buono o cattivo, giusto o sbagliato, bello o brutto? E potrei elencarne tanti altri. Anzi, come prescindere dal giudizio in sé, che è lo strumento per poterci orientare lungo il cammino?

Aspetta un attimo! Non ti sei accorto delle contraddizioni in cui sono appena caduto? Ho sostenuto di rifiutare i giudizi di valore attribuendo loro le qualità (i valori) di arbitrari e dannosi. Ho accennato alla libertà di pubblicazione/espressione, di cui io stesso mi avvalgo, ma ho sottinteso l'esigenza, e non solo la mia, di un limite alla bruttezza dilagante. È proprio la consapevolezza delle aporie, almeno le mie, che mi porta a dubitare di chi, spesso con forza, sbandiera la propria appartenenza ideologica, che non è soltanto politica. Anzi, tanto più si rivendica qualcosa, tanto più si confessa un limite, un'incapacità, un desiderio inespresso. Un po' come dire: solo gli stupidi hanno certezze. Ne sono certo! 

Questo è un blog tragicomicamente esistenzialista, e tale vorrei rimanesse: scevro dalla cronaca e dalla politica. Mi limiterò allora a delle parole pronunciate spesso in questi giorni, in seguito all'attentato di Parigi: liberté, légalité, fraternité. Maddeché, rispondo in finto romanesco per fare la rima. Nulla da ridire sugli ideali, se intesi come obiettivi cui tendere sul piano dell'etica, che si distingue dalla morale in quanto soggettiva. L'etica è l'unica forma di autonomia insegnano i giuristi. Un conto è credere nella libertà e uniformarsi a tale ideale dandosi delle coerenti regole di comportamento, un altro è imporre agli altri la propria idea di libertà: assurdità che accade ogni giorno, in qualsiasi parte del mondo. Ho già scritto altrove che il diritto e la morale (forme di eteronomia) sono aberrazioni della mente, tanto quanto i giudizi. Ammesso si possa farne a meno. Ed è questa la cosa grave.

Da ex studente di giurisprudenza, educato da sempre a ragionare in modo analitico, non avrei scelto di provare ad essere un portatore sano di dubbi se non mi fossi reso conto, ad un certo punto, di quanta stupidità fosse racchiusa nelle mie certezze, e di quante stupide certezze ancora possiedo mio malgrado. Sarebbe bello essere stupidi, ma nel senso di persone in grado di stupirsi. E ancora, come posso affermare di essere libero? Non lo sono dall'idea di me stesso, per fortuna mutevole, e neppure da ciò che gli altri pensano di me. Sarà per via dell'illusione dell'ego, ovvero del percepirsi come singolarità in relazione alla pluralità? E se poi l'ego non fosse un'illusione, ma un dato di fatto? O, forse, sono entrambe: illusione per i buddhisti (e non solo) e primitivo strumento di difesa dal mondo esterno, come sostengono gli scienziati. In merito all'uguaglianza, ho sempre cercato un'anima non troppo gemella, e comunque un po' più carina di me. Da figlio unico non mi pronuncio sulla fratellanza perché non mi sono pervenuti dati in merito

Avrei potuto chiudere qui il post. Con l'ego contento per qualche qualche guizzo d'ironia, ma con il senso di colpa per averti trascinato ancora una volta nel labirinto dei miei pensieri, e senza neppure averti dato la possibilità di uscirne. Invece, facendo leva sulla non meno egoica presunzione di avere qualcosa d'importante da dire, sento il bisogno di aggiungere altro, che poi è il vero motivo che mi ha spinto a scrivere. Allora cerchiamola insieme la via di uscita, adesso!

Ho fatto un sogno ieri sera. Ammesso ti possa importare, la maggior parte delle cose che ho scritto negli ultimi anni nascono proprio dalla dimensione onirica. Credo esista un rapporto biunivoco tra sogno e realtà, e che la realtà stessa sia solo ciò cui attribuiamo il valore di reale. In questo gioco di specchi tra piani dell'essere, grazie ai riflessi di me proiettati sui volti delle persone incontrate in quel non luogo e non tempo, ho visto cose che non avrei il coraggio di guardare in uno stato di veglia, che poi è solo apparente.

Grazie al sogno, ho compreso di avere una scarsissima attitudine ad essere allievo/discepolo. A (quasi) 41 anni, sento ancora di dover imparare ad imparare, se permetti il gioco di parole. Infatti, di tutta quell'intelligenza attribuitami da mia madre, forse per un tipico e  incolpevole eccesso di amore, non rimane quasi nulla quando qualcuno cerca di farmi pensare in modo differente. Come i bambini, ma con una mente sempre meno elastica e ricettiva, ho un bisogno disperato di schemi. Dei miei schemi. Così, pur professando il primato del cuore sulla ragione, della follia - sinonimo di libertà, non di disagio psichico - rispetto all'idea di ordine, vi sono dei momenti in cui sono di una rigidità spaventosa. Certo, è comprensibile che alla mia età si sia ormai 'strutturati', nel bene o nel male. Ma è all'accettazione passiva delle cose che mi ribello. E non ci sto ad essere ad immagine e somiglianza dell'idea di me. Posso essere altro, per fortuna. E anche tu, salvo che non sia felice di ciò che credi di essere. Nel mio caso, voglio imparare ad imparare.

Come ricorda Erri De Luca, uno dei miei scrittori preferiti, in napoletano sogno e sonno si esprimono con la stessa parola: suonn'. Non sono la stessa cosa per me, pur essendo partenopeo. La dimensione onirica è importante, certo. Ma l'invito che rivolgo a me stesso, e anche la possibile via uscita dalle molteplici contraddizioni in cui cado, non è di continuare dormire, sia nel senso letterale sia nel senso di permanenza in uno stato d'illusione. Il mio è un invito a vivere! 

In altre parole, credo che nell'onirico si possa andare oltre l'idea di noi stessi e vedere dall'alto tutte le nostre piccole e ridicole quotidiane egoicità, ovvero sopra(v)vivere. E ha ragione chi sostiene che un giorno saremo tutti seppelliti da una grossa risata. Ma vivere significa riconnettersi al centro del cuore, comprendere i bisogni dell'anima, non soggetti all'ego, anche grazie a quanto impariamo dai sogni. Vivere da svegli, intendo.

Massimiliano Cerreto

P.S. Forse ti ho confuso ancora di più le idee, ma sei sicuro che questo sia un male?



Let your soul be your pilot
Let your soul guide you
He'll guide you well
 
(Sting, Let your soul be your pilot)