lunedì 15 settembre 2014

L'agnellino di peluche

Dell'inutilità dei sensi di colpa

Era il periodo pasquale e avevo circa 12 anni. Nonna Maria, quella paterna, mi regalò un agnellino di peluche che conteneva all'interno degli ovetti di cioccolato. Hai presente quelli con la cerniera lampo sotto il pancino? L'altra, nonnAnna, nome che pronunciavo così, tutto attaccato, era già scomparsa da un paio di anni.  Non mi piacque il regalo: un agnellino a me? Sono un maschio, non gioco con i peluche!  

Aspetta un attimo, ti ho già raccontato la storia del furgoncino giallo? Forse devo averne accennato in qualche bozza mai pubblicata. Allora facciamo un salto indietro nel tempo, tutto ti apparirà più chiaro dopo. Un paio di anni prima, era una mattina di dicembre, durante le vacanze di Natale, venne a trovarci la signora del piano di sotto, e con lei i suoi due gemelli. Erano piccoli, avevo già 10 anni e loro solo 6: mocciosi che non erano altro! Sto sorridendo adesso, ma da bambino ero sullo stronzo andante con brio. Giuro. Tipico figlio unico, viziato, egocentrico e ultra protetto, con l'aggravante dell'intelligenza che mi permetteva già di capire che quello sbagliato ero io, non gli altri.

(Pensiero ad alta voce, ma sussurrato tra parentesi per non fare brutta figura. A pensarci bene, date le premesse, sono felice della persona che sono oggi. Avrei potuto finire col diventare un blogger. Ops, mi sorge l'atroce sospetto che sia andata così. Per fortuna ci sarà un giorno qualcuno che comprenderà l'enorme valore letterario dei miei post e pubblicherà il mio primo romanzo, rigorosamente postumo, ovvio! Un po' come è successo con Il libro dell'inquietudine)

- Messaggio privato, non leggere! -

Ti amo e ti odio Pessoa. Forse per me avrebbe potuto anche avere senso scriverlo un libro, ma hai già raccontato tutto l'importante! A me è rimasto solo il troppo e 'l vano.

- Fine messaggio privato, adesso puoi leggere! -

Mamma aveva da poco comprato i mobili che ho ancora adesso nella mia stanza, due librerie e una scrivania. Il letto lo avevo già. Chiarisco perché non vorrei pensassi che dormissi per terra. Comunque, tornando alla storia, con i pezzi di una pista creai uno scivolo che partiva dal primo scaffale della libreria e arrivava sino al pavimento: vinceva la macchinina che scendeva più velocemente. Vincevo sempre, ovvio! Pur non conoscendo le leggi della fisica, avevo scelto dal cesto dei giocattoli un furgoncino giallo, più pesante delle altre macchinine e quindi più veloce in discesa. I gemelli mi chiesero di poterci giocare, ma io no, non volevo. Non volevo perdere. A nessuno piace perdere, soprattutto ai bambini. Prima di andare via, assalito dai sensi di colpa, quelli no che non mi hanno mai abbandonato, decisi di regalare il furgoncino giallo ad uno dei due. Fu la loro madre, presente mentre giocavamo, a farmi notare l'assurdità del mio comportamento: ma come, hai fatto di tutto per evitare che potessero giocarci e adesso glielo regali?

Ed è stato allora che ho acquisito la consapevolezza di quanto sia sciocca ogni forma di competizione. Forse ti starai chiedendo cosa c'entri tutto questo con la storia dell'agnellino. Ecco, non è solo assurdo competere per qualcosa (o qualcuno, nel caso dell'amore), ma è altrettanto assurdo trattenere qualcosa quando sentiamo che non ci appartiene. Vale anche in amore, ma questo lo hai già capito. Comunque, adesso ti racconto come è andata. Erano le vacanze pasquali e vennero a trovarmi due cuginette. La più piccola soffriva, e non è un'esagerazione, nel vedermi maltrattare l'agnellino: gli sparavo contro con il fucile giocattolo che mi era stato regalato a Natale. Adesso non fare quella faccia, l'ho detto prima che ero un po' stronzo da bambino!

(Oggi sono un obiettore di coscienza con un padre militare, una delle tante aporie della mia vita. Non ci pensare!)

Come è andata a finire? Come con il furgoncino giallo: altro senso di colpa e altro regalo. La cuginetta, oggi madre di un bellissimo bambino, penso non ricordi più questo episodio, ma non importa, e neppure le precedenti riflessioni pseudo filosofiche sono davvero rilevanti. Adesso però fammi una promessa: non metterti a pensare a tutte le persone che hai trattato male o alle cose per cui hai lottato e che non ti sono servite a nulla. I sensi di colpa non servono se non a riempire le chiese, gli studi degli analisti e a renderti infelice. La consapevolezza, quella sì che è utile. E poi soltanto da morti si smette di fare errori. Il resto qualcuno lo chiama vita, ma io penso di essere sceso alla fermata sbagliata.

Massimiliano Cerreto

P.S. Per rimanere in tema con il titolo avrei dovuto pubblicare qualcosa tratto da The Lamb Lies Down On Broadway, ma odio quel disco con tutte le mie forze. So che verrò scomunicato per questo dagli altri 'cultisti' dei Genesis, ma sono fatto così, e conosco persone anche peggiori di me.




I am the one who guided you this far,
All you know and all you feel.
Nobody must know my name
For nobody would understand,
And you kill what you fear.

I call you for I must leave,
You're on your own until the end.
There was a choice but now it's gone,
I said you wouldn't understand,
Take what's yours and be damned.

(Genesis, Guide vocal)